AGGIORNAMENTO DAL ROJAVA…

Aggiornamenti dal Rojava a cura di Carla Gagliardini, direttivo ass. ” Verso il Kurdistan”
Il 7 ottobre 2023 segna un momento che la storia ricorderà non solo per l’attacco di Hamas contro Israele ma anche per la reazione genocida che quest’ultimo ha avuto nei confronti di un popolo che reprime da quasi ottant’anni.
Tuttavia, gli effetti del conflitto israelo-palestinese si sono fatti sentire in altre parti del Medio Oriente perché sono stati coinvolti diversi stati: Iran, Libano,Yemen, Iraq, Qatar e Siria.
In quest’ultimo Paese la caduta del presidente Bashar al-Assad a dicembre del 2024 ha ribaltato il gioco delle alleanze. La Siria non guarda più all’Asse della Resistenza guidato dall’Iran, ma volge lo sguardo alla Turchia, sostenitrice e finanziatrice del nuovo governo, e agli Usa in primis e a seguire all’Europa e, seppur controvoglia e forzata dal Donald Trump, a Israele.
L’autoproclamatosi nuovo presidente siriano è Ahmed al-Sharaa, conosciuto anche con il nome di battaglia al-Jolani quando militava prima nell’Isis, poi nel Fronte al-Nusra (legato a al-Qaeda), e infine nell’Hts, il quale già a partire dal 2017 ha conquistato la zona di Idlib, parte nord-occidentale della Siria.
Al-Sharaa vuole uno stato fortemente centralizzato e da subito ha dichiarato che non ci sarebbe stato spazio per forme di autonomia regionale in quelle aree dove le minoranze del paese, che sono moltissime, rappresentano però la maggioranza della popolazione.
Ha anche affermato che la nuova Siria sarebbe stata però inclusiva e non avrebbe perseguitato nessun gruppo etnico, religioso e culturale.
La prima promessa per il momento è stata mantenuta mentre la seconda è stata palesemente violata. I gruppi alawiti della costa sono stati infatti massacrati dalle milizie siriane, dovendo pagare il prezzo di appartenere alla stessa comunità religiosa del deposto presidente al-Assad. Successivamente è toccato ai druzi del sud del paese.
Le intenzioni repressive del governo di Damasco non sono sfuggite all’attenzione della più grande minoranza presente in Siria, ossia quella curda, concentrata nella regione del Rojava (Rojava significa Kurdistan occidentale), nel nord-est della Siria. Qui già dal 2012 è in atto un’esperienza di governo autonomo che è conosciuta come Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (Daanes), la cui difesa è affidata alle Forze Democratiche Siriane (Sdf).
Fino al 6 gennaio scorso la Daanes amministrava circa un terzo della Siria dove vivono curdi, arabi, siriaci, armeni, ezidi e altre comunità. La Daanes non ha mai ottenuto un riconoscimento nazionale o internazionale ma sotto il regime di al-Assad era stata in parte tollerata.
Con l’arrivo di al-Sharaa però le cose sono cambiate drasticamente e rapidamente.
A marzo del 2025, per evitare un conflitto armato, era stato siglato un accordo tra Damasco e le Sdf che doveva trovare attuazione entro fine anno. Le distanze tra le parti, in particolare sull’integrazione delle Sdf nell’esercito siriano, ne hanno impedito la realizzazione e così al-Sharaa, accusando la controparte di non voler dare seguito ai patti, ha acconsentito a sferrare l’attacco ai territori controllati dalla Daanes, partendo dai quartieri curdi della città di Aleppo e avanzando nelle zone strategiche perché ricche di risorse naturali, sulle quali il governo centrale aveva sempre detto di voler mettere le mani.
Le Sdf si sono trovate in forte difficoltà perché hanno dovuto fronteggiare il voltafaccia di alcune tribù arabe che si sono alleate a Damasco ma soprattutto non hanno avuto alcun sostegno dagli Stati Uniti, che sono alla guida della Coalizione anti-Isis che ha supportato le Sdf mentre combattevano per liberare i territori dall’organizzazione terroristica.
I paesi occidentali, anche la Francia che ha interessi di lunga data nella regione, oggi appoggiano il progetto di al-Sharaa per un forte stato centralizzato che ha il pieno controllo diretto sull’esercito e sull’amministrazione di ogni angolo del paese. Improvvisamente i curdi e le curde si sono trovati ancora una volta abbandonati dai governi che li avevano sostenuti e sono fragili dentro un rapporto di forza che attualmente vede l’ago della bilancia del potere pendere nettamente a favore dell’”ex” jihadista al-Sharaa.
Le Sdf hanno resistito ma i villaggi e le città sono ugualmente caduti e sono sfuggiti al loro controllo. Hanno allora scelto di ritirarsi sulle linee del fronte a difesa delle località a maggioranza curda e hanno lanciato un appello alle giovani e ai giovani curdi della regione del Kurdistan, che si trova negli stati di Turchia, Siria, Iraq e Iran, ma anche della diaspora affinché si unissero a loro per respingere l’aggressione di Damasco. La mobilitazione non si è fatta aspettare e nel frattempo si è aperto un tavolo di negoziazione patrocinato dagli Stati Uniti e dalla Francia ma al quale era evidente che sedeva, non come ospite, anche la Turchia.
Dopo il cessate il fuoco del 18 gennaio, subito violato con accuse reciproche, si è arrivati a un altro del 20 gennaio che doveva scadere il 24 gennaio. In quei pochi giorni si sarebbe dovuto dare seguito all’accordo del 18 gennaio che sostanzialmente suonava come la fine della Daanes. La scadenza del 24 gennaio è stata prorogata di quindici giorni e il 27 gennaio è stata trovata un’intesa che prevede “il ritiro delle forze militari dalle linee di contatto, l’ingresso delle forze di sicurezza affiliate al Ministero dell’Interno nei centri cittadini di Heseke e Qamishlo, nonché l’avvio del processo di integrazione delle forze di sicurezza nella regione. Prevede inoltre la formazione di una divisione militare composta da tre brigate delle Sdf, oltre alla formazione di una brigata delle Forze di Kobane all’interno di una divisione affiliata al Governatorato di Aleppo. L’accordo comprende anche l’integrazione delle istituzioni dell’Amministrazione Autonoma all’interno delle istituzioni dello Stato siriano, inclusa l’integrazione dei dipendenti civili. E’ stato inoltre concordato di regolare i diritti civili e educativi del popolo curdo e di garantire il ritorno degli sfollati nelle loro aree di origine. L’accordo mira a unificare il territorio siriano e a realizzare una piena integrazione nella regione, rafforzando la cooperazione tra le parti interessate e unificando gli sforzi per la ricostruzione del Paese” (fonte: Media Center delle Sdf, 30 gennaio 2026).
L’accordo entra in vigore il 2 febbraio 2026.
E’ ancora presto per capire se sia stato salvato qualcosa della Daanes e se l’intesa reggerà ma una cosa emerge, come dice Ronahi Hassan di Kongra Star (organizzazione confederale e democratica che lavora in Siria e in particolare nel nord-est del Paese per la liberazione delle donna, la pace e la democrazia), nell’accordo non c’è alcun riferimento al ruolo della donna nella nuova Siria guidata da un signore con il curriculum di al-Sharaa, che di certo non ha a cuore la libertà delle donne né una loro centralità nella vita politica, a differenza di quanto è stato costruito nei quasi quattordici anni di governo della Daanes nei territori che controllava.
Quello che sta succedendo in Rojava potrà avere delle ripercussioni anche a Shengal (nord-ovest dell’Iraq), la terra degli ezidi, dove vive l’esperienza dell’autogoverno strettamente connessa alla Daanes nel quadro del confederalismo democratico, il modello politico pensato da Abdullah Öcalan per liberare il Medio Oriente dal caos che lo attraversa e che è stato costruito in Rojava attraverso la Daanes e a Shengal attraverso l’Amministrazione Autonoma di Shengal.