2016 Presentazione di “Contro le elezioni” D.van Reybrouk Liuba (archivio documenti)

David van Reybrouk – Contro le elezioni

 Perché si pensa al sorteggio?

(Liuba Schaffer)

 

Nel libro che presentiamo si espone la teoria secondo la quale reintrodurre il sorteggio nella scelta del governo di un paese, anziché affidarsi esclusivamente alle elezioni politiche, sarebbe più salubre per le democrazie occidentali oggi in crisi.

Il libro mi è stato regalato da una cara amica mentre giacevo in ospedale, non certo per farmi divertire ma come invito a uscire dal mio guscio di sofferenza e ricominciare a interessarmi al mondo. Le sono grata. Se prima di averlo letto mi avessero chiesto di elencare le 100 parole più comuni del mio vocabolario personale sono certa che la parola “sorteggio” non sarebbe stata nell’elenco. Fra l’altro, non avendoci mai pensato, attribuivo alla parola un significato più che altro ludico, tipo lotterie, tombole, giochi di società e via dicendo.

Tornata a casa comincio a leggere il libro e, dal fondo della mia memoria scolastica, emerge il ricordo dell’antica Atene in cui le funzioni pubbliche venivano attribuite per sorteggio. Era la democrazia, anche se dalla partecipazione al sorteggio erano esclusi donne, schiavi, diseredati in generale. Più o meno questo è tutto quello che so prima di iniziare la lettura.

Leggendo faccio delle scoperte personali che suscitano in me nuove riflessioni e questo mi piace. Il libro è di facile lettura e coinvolgente più di quanto non immaginassi, per cui proseguo.

Apprendo che, per scegliere i propri governanti, il sorteggio è stato utilizzato in alternanza con le elezioni, mediante vari tipi di procedure, fin dall’antichità e anche durante il Medioevo e il Rinascimento, sia pure in stati urbani di ridotta estensione territoriale (Venezia, Firenze, Bologna e molti altri in Italia, Spagna ecc .) e che questi stati hanno spesso conosciuto lunghi periodi di stabilità politica. Ancora durante il secolo dei Lumi grandi filosofi hanno studiato l’organizzazione dello stato democratico tenendo presente la pratica del sorteggio.

Come Aristotele duemila anni prima, Montesquieu, ( “Lo spirito delle leggi”) sosteneva che “il suffragio a sorte è proprio della natura della democrazia, il suffragio a scelta lo è di quella dell’aristocrazia”. Tuttavia, pur affermando che “la sorte è un modo di eleggere che non affligge nessuno; lascia a ciascun cittadino una ragionevole speranza di servire la patria”, riteneva che il rischio di far accedere al governo con il sorteggio persone incompetenti rendesse indispensabile una combinazione dei due sistemi.

 

Anche Rousseau, qualche anno dopo, ( “Contratto sociale”) scrive: ”Quando la scelta e la sorte si trovano unite, la prima deve attribuire i posti che richiedono dei talenti propri, come per esempio le funzioni militari; l’altra conviene a quelli dove sono sufficienti il buon senso, la giustizia, l’integrità, come le cariche di giudice, perché, in uno stato ben costituito, queste qualità sono comuni a tutti i cittadini”.

Ma dopo le due grandi rivoluzioni – quella francese e quella americana – comincia a farsi strada l’idea, presto vincente, che occorra delegare il potere a un numero ristretto di cosiddetti “migliori e più saggi”. John Adams e soprattutto James Madison sono i fautori principali di questo modo di pensare lontanissimo dall’ideale ateniese di ripartizione egualitaria delle chance politiche. Al riguardo trovo stupefacenti le parole di Edmund Burke nelle sue “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia” del 1790: “La professione di parrucchiere o di candelaio non fa onore a nessuno, per non parlare di altre attività ancora più subalterne. Questo genere di persone non deve subire l’oppressione dello stato, ma lo stato subisce innegabilmente un’oppressione se al popolo è consentito di governare…” e poi “…nessuna designazione a sorte…converrebbe a un governo che si occupa di cose serie”.

A questo punto l’autore del libro si chiede: un regime dominato dai “migliori” non è esattamente il senso della parola greca aristokratia?

E’ questo processo di aristocratizzazione della politica che conduce inevitabilmente all’eliminazione del sorteggio e al passaggio esclusivo alle elezioni come metodo di scelta dei governanti. Se ne deduce che le elezioni non sarebbero mai state concepite come uno strumento democratico.

Già nel secolo scorso, ma soprattutto oggi, la crisi della democrazia che tutti avvertiamo comporta il riesame dei sistemi di governo e in questa prospettiva anche il sorteggio, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra con alcuni interessantissimi esperimenti di sistemi misti di deliberazione attuati in alcuni stati: la cosiddetta “democrazia partecipativa”. Ma qui rimando alla lettura del libro.

Dalla vasta bibliografia si arguisce che, da più di vent’anni, di democrazia partecipativa hanno ragionato e scritto politologi, sociologi docenti universitari di varie discipline, filosofi della politica, saggisti. Evidentemente c’è un crescente interesse fra gli attori del pensiero politico per l’istituto del sorteggio nel momento in cui i cittadini dei paesi occidentali, me compresa, guardano con sgomento allo sfacelo dei loro sistemi democratici.

Buona lettura.